Buon Natale da don Francesco Airoldi

Carissimi Amici è notte! Mi trovo qui, solo come al solito, nella mia camera. Il rumore assordante della pioggia incessante sulle lamiere del tetto copre ogni altro suono di vita. Il buio dovuto all’assenza quotidiana e prolungata della corrente spegne ogni possibile movimento. E le lunghe ore che separano il tramonto dall’alba rischiano spesso di essere un tempo senza fine. E allora se le batterie hanno abbastanza energia per dare ancora un po’ di luce, leggo e rifletto….

Se guardo indietro a questo anno 2015 non posso certo dire che le cose siano andate tanto bene. La profonda crisi economica che con lo scorrere dei mesi ha portato lo Zambia ad essere il paese al mondo con la svalutazione più alta, sta veramente mettendo in ginocchio la mia gente e tutti noi. La crisi politico-economica-energetica è così grave che nessuno riesce ad intravvedere una fine vicina. I prezzi di tutto si sono quantomeno raddoppiati; la produzione industriale si è dimezzata; l’erogazione della corrente su scala nazionale non supera mai dodici ore sulle ventiquattro; le miniere chiudono; la gente perde il lavoro; la corruzione, con l’elezione del nuovo presidente lo scorso gennaio, è ritornata ad essere la legge degli organismi governativi; il potere d’acquisto dei salari si è dimezzato …. e tutto sembra non funzionare più come prima, quando almeno la gente poteva permettersi un vita che garantiva gli elementi di base.

Sono sicuro che probabilmente non avete mai sentito parlare di queste cose. I paesi africani e sopratutto lo Zambia, non hanno grandi spazi nei nostri notiziari o nelle nostre testate. Qui nessuno si uccide, almeno per ora; qui non ci sono terroristi che mettono bombe e qui non ci sono neppure i tanto temuti musulmani e quindi non facciamo notizia. Solo la gente, con grande dignità, soffre perchè non ha il lavoro, non può mangiare più molto e magari non riuscirà più a mandare i figli a scuola.

Ma continuiamo sul 2015. Anche io non è che sia andato molto bene. Sarà l’età o sarà il carico continuo e sempre più grande di responsabilità, ma la salute inizia a lanciare segni di fatica. Il problema all’orecchio che nel mese di maggio mi ha trattenuto in Italia troppo, per via dell’operazione in ospedale e dei suggesssvi controlli, non è che sia del tutto risolto. Nonostante la verifica dello scorso ottobre e di quella del prossimo febbraio capisco che forse dovrò acccettare di rimanere un po’ sordo. Ma forse è meglio così!

Non vi racconto poi ciò che accaduto nelle nostre missioni in Zambia in questo anno 2015. Sarebbe troppo. Sta di fatto che la notte c’è e fa sentire il suo peso. Se penso poi che il prossimo anno, dopo aver lavorato quasi per dieci anni, dovrò lasciare la mia missione di St Maurice, certo non ho tempo per rilassarmi! In fondo però sono contento di poter riconsegnare alla Diocesi di Lusaka una comunità che, da quando arrivai nel lontano 2007, è cresciuta e si è ingradita velocemente e, in maniera insapettata, è diventata una realtà molto attiva non solo a livello ecclesiale ma anche sociale. Quest’anno abbiamo completato la costruzione della scuola secondaria (superiore) così che dall’anno prossimo potremo offrire un servizio educatico che va dalla scuola materna alle superiori, e che a regime darà la possibilità a circa 1600 bambini, ragazzi e giovani di andare a scuola nel loro quartiere. Certo non possiamo accomodare tutti. Non basterebbero 10.000 posti! Ma è un segno di speranza per lo slum di Kanyama che pur avendo 300.000 abitanti non ha nessuna scuola governativa.

Non so dove andrò a finire dopo! Certo è che non ho per ora alcun desiderio serio di tornare in Italia. Io continuo a coltivare il mio sogno di poter lavorare in un paese musulmano, anche se purtoppo credo che nessuno mi aiuterà a dare forma a ciò a cui mi sento chiamato ora. Nonostante tutto ciò che succede e che ci fa piombare spesso nella notte, non mi rassegno all’idea di dover pensare che il mondo islamico debba essere per forza così solo negativo e pericoloso. Tra le mie letture notturne c’è un libro che mi ha accompagnato nel 2015. “I sette uomini di Dio” Un testimone racconta la vicenda dei martiri di Tibhirine. Il libro che racconta la storia dei monaci trappisti del monsatero dell’Atlas, in Algeria, rapiti e uccisi da un gruppo di terroristi islamici, riporta all’inizio il testamento del priore, Padre Christian. Ne cito alcune parti:

“Se un giorno mi capitasse –e potrebbe essere oggi- di essere vittima del terrorismo….

vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia,

si ricordassero che la mia vita era stata DONATA a Dio e questo paese.

Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita

non potrebbe essere estaneo a questa dipartita brutale. ..

Che essi sapessero associare questa morte a tante altre,

ugualmente violente,

lasciate nell’indifferenza e nell’anonimato.

La mia vita non ha più valore di un’altra……

E anche tu, amico dell’ultimo istante, che non saprai quello che starai facendo,

sì, anche a te voglio dire questo grazie e questo AD-DIO, che porta il tuo volto.

E che ci sia dato di incontrarci di nuovo, ladroni colmati di gioia,

in paradiso, se piace a Dio, Padre Nostro, Padre di tutti e due.

Amen! Inshallah!”

Poco dopo aver scritto questo testamento Padre Christian e altri sei monaci furono rapiti e uccisi. La notte cadde anche allora tenebrosa più che mai.

Ma mi è venuto in mente, pensando al Natale, come è interessante osservare che nella Bibbia e nella storia del popolo di Israele, tutte le cose importanti sono accadute nella notte, nelle tenebre. All’inizio non c’era nulla ed era notte, ma la Genesi ci racconta che Dio volle luce e da quel momento tutto prese colore. Fu anche nella notte quando Dio, con l’aiuto di Mosè, guidò il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto alla terra promessa.

Anche noi spesso camminiamo nelle tenebre. Non sappiamo dove staimo andando e perchè. La nostra vita è spesso paragonabile ad un mistero tenebroso e sembra che non ci sia riflesso di luce in alcuna direzione. Ma il profeta Isaia molto tempo fa ha scitto anche per noi che “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; a quelli che vivevano in una terra di ombre profonde una luce è apparsa”.

Credo proprio che il Natale di Gesù possa parlarci così in questo anno 2015. Se anche siamo stati avvolti nelle tenebre, la promessa di una luce che sorge è ciò che può farci intavvedere una nuova felicità e una speranza di pace per noi e per tutti. Al di là di tutto.

Con affetto e riconoscenza vi abbraccio e vi auguro ancora un Natale di luce

don Francesco Airoldi

Kanyama, Lusaka

Zambia 19 Dicembre 2015


LA BIRRA DI AMARCORD ! LA NOSTRA BIRRA ! CHIEDIAMO I DIRITTI D’AUTORE ???


per Marina

Venerdì

25 settembre, abbiamo voluto ricordare Marina Odorico apponendo una targa in suo ricordo presso l’ingresso della portineria di via Mar Nero 8 con il permesso del Comune che, dopo averne finalmente compreso lo scopo, ha aderito alla proposta.
Una piccola cerimonia tra molti di suoi amici (le amiche della libreria di Via Ceriani, Emanuela, Clelia, Tecla, Luciana, Gianna, Anna) e Camillo, Fabrizio, e molti altri inclusi il Presidente del Consiglio Comunale Rizzo, il senatore Mirabelli, oltre al segretario cittadino del Sunia Chiappelli e ed il suo collaboratore Di Gregorio.
Ovviamente Paola, che ha fatto un bel ricordo di sua sorella.
Un modo, quello del’apposizione della targa, per ricordare questa nostra indomita e combattiva amica sconfitta dal male ma non dalla sua energia interiore. Credo che chiunque l’abbia conosciuta non possa essere rimasto comunque colpito dal suo profondo bisogno di giustizia nei confronti dei più deboli. Anche per queste ragioni si è impegnata per le sue “cà pupular” come diceva sempre.
Personalmente ancora oggi mi mancano le sue telefonate mattutine per segnalarmi un bisogno o per inventarsi qualche “rogna” in cui mi infilava ma a cui aderivo…ed anche mi manca come spalla nelle serate musicali in libreria.
L’abbiamo conosciuta in tanti e credo che nessuno la potrà dimenticare. E la targa è un segno della nostra amicizia nei suoi confronti e del legame forte tra coloro che hanno vissuto in quel mondo sospeso tra via Mar Nero e Nikolajevka metafora tra la Via Emila e il West…

Rosario


buone e lunghe e fresche vacanze

Ciao a tutti/tutte!

Insieme agli auguri di tante riposanti e fresche vacanze, salutiamo due new entry di Amarcord,
che ci hanno scritto due bellissimi messaggi qui sul nostro sito!

Sono Roberto Giola e Alida Bruno: BENVENUTI !!!!!

E visto che siamo/andiamo in vacanza, allego una bella cartolina che ci ha inviato Sandro Baraldi: Piazza Stovani de Bagg … de una volta!!


Ciao, a settembre!!!!
Il Comitato Amarcord


ECCOCI SUL DICIOTTO! By Rosario


Dalle nostre radici il nostro futuro: è festa!!

bgn


50mo SGB

50° Parrocchia San Giovanni Bosco: “Questa è la casa di Dio, questa è anche la tua casa”
La nostra città è cresciuta in maniera notevole a partire dalla fine della seconda guerra mondiale raggiungendo il picco abitativo nel 1971 con una popolazione di circa 1.700.000 residenti mentre oggi siamo a circa 1.400.000 (inclusi circa 200.000 stranieri) con una forte perdita di residenti a causa di vari fattori tra i quali ricordiamo la dismissione delle industrie di Milano, la denatalità, gli alti costi degli appartamenti e della vita in generale. La nostra zona, come altre della città, dalla fine degli anni ’50 venne interessata da un importante investimento di carattere residenziale pubblico ed, in particolare, venne interessata un’ampia fascia di territorio posta tra le cascine Sella Nuova e Cassinazza. Sul sito Comunale S.I.T. è possibile vedere le cartine dell’epoca in cui è possibile osservare l’assenza di abitazioni tra l’ospedale militare e l’abitato di Baggio. In queste grandi aree iniziò un importante intervento residenziale da parte del Comune di Milano che impegnò forti risorse per la costruzione di complessi residenziali con abitazioni decorose e tanto verde nei cortili. Si iniziò Nel 1961 con la costruzione del quartiere denominato “Domus/Forze Armate” che diverrà il quartiere di Via Nikolajevka civici 1,3,5. La costruzione terminò nel 1964 e, nel mentre che le opere venivano terminate, le abitazioni vennero occupate dagli assegnatari. La necessità di case e la disponibilità di aree fece sì che nel 1962 iniziassero i lavori per l’edificazione del quartiere denominato Siqua 2 che prevedeva altri 450 alloggi di edilizia popolare che furono assegnati entro la fine del 1964. In origine il quartiere venne conosciuto dalla toponomastica con indirizzo di Via delle Forze Armate, 310/19 e 301/21. Dal 1967 il nome della via si trasformerà Via Mar Nero, civici 6 ed 8. Ora tutto era pronto per inserire in questo nuovo, grande e straordinario contesto residenziale fatto soprattutto da lavoratori del sud, una realtà ecclesiale e per questa ragione nel marzo del 1965 il Cardinale Colombo affidò la costituenda parrocchia di San Giovanni Bosco alle cure di Don Giovanni Merlini, sacerdote a Lambrate, il quale aveva a suo tempo manifestato al Cardinale l’idea di diventare prete operaio oppure di andare in missione. Per le strane coincidenze del destino in missione andò il sacerdote che in un primo tempo era stato assegnato alla arrocchia, Don Bianchi, che venne assegnato in Zambia. A Don Giovanni toccò un altro tipo di missione…Il 24 Luglio del 1965 il Decreto di erezione della Parrocchia di San Giovanni Bosco, a firma dell’Arcivescovo Giovanni Colombo, riportava che “Fra le zone della città di Milano, che richiamano la nostra preoccupata attenzione, è quella attualmente compresa nella giurisdizione parrocchiale di Sant’Apollinare in Baggio, verso il confine occidentale del Comune”. Lo stesso giorno, un sabato pieno di sole nella chiesetta, Don Giovanni Merlini celebra la prima messa. E poi, all’improvviso, arrivò un acquazzone…Il 6 gennaio del 1966 il parroco designato, Don Giovanni Merlini, prese ufficialmente possesso della Parrocchia e della “chiesetta” che era stata costruita, in maniera provvisoria, ed in quell’occasione i parrocchiani regalarono alla chiesa la statua di San Giovanni Bosco che, ancora oggi, è presente nella chiesa “grande”. La “chiesetta” rimase attiva al culto fino al 1969. La chiesa definitiva venne progettata a partire dal 1966 dall’Arch. Mario Tedeschi, con la collaborazione del Parroco e con l’apporto del famoso architetto e scultore Carlo Ramous (per la facciata, gli esterni laterali ed i richiami della stessa posti all’interno della chiesa) che aveva collaborato con l’Arch. Tedeschi alla costruzione della Chiesa di Santa Marcellina. Ricordiamo questo nome prestigioso anche per la presenza, nella biblioteca di Baggio, della sua scultura di un pregevole organo in bronzo. Nel settembre del 1966 arrivò ad assistere il parroco, Don Antonio Mascheroni che divenne coadiutore dell’oratorio. All’epoca i sacerdoti vivevano nelle case popolari di Via Mar Nero 6, al primo piano della scala F, iniziando un percorso di vita comune che era nuovo anche per la diocesi e che perdurò nel tempo. La capienza della chiesa venne prevista per circa 700 persone. Le opere di palificazione della chiesa iniziarono nel febbraio del 1967 e si protrassero per molti mesi in quanto il terreno era molto argilloso e pieno d’acqua. Indimenticabile era la visione di questi grandi pali di cemento che venivano conficcati nel terreno. Il 15 ottobre del 1967, venne organizzato un Pellegrinaggio a Torino, ai luoghi dove visse Don Bosco, in preparazione dei festeggiamenti per la messa in opera della prima pietra che avvenne il 29 ottobre 1967, alla presenza del Cardinale Giovanni Colombo. Un documento con le firme del Cardinale, del Parroco e di altri parrocchiani venne inserita nel blocco della prima pietra ad imperitura memoria di quel giorno. A guardare le foto di quell’evento si possono osservare i visi di persone ormai scomparse da tempo e quelle di ragazzini oggi genitori e, magari, nonni. Nell’ottobre del 1968 venne amministrata la Cresima con la chiesa che era ancora priva di porte e nel gennaio del 1969, precisamente il 31, giorno della festa di San Giovanni Bosco, il Cardinale Colombo celebrò la messa nella nuova chiesa aprendo al culto ufficiale la nuova chiesa. (La chiesa venne consacrata ufficialmente nel maggio del 1977). Intanto il quartiere cresceva e nel periodo 1968/1970 vennero edificate, da Fiera Milano, le abitazioni di Via Mar Nero 3 e 5. Con queste edificazioni la parrocchia raggiunse il numero di 1112 famiglie insediate sul suo territorio di competenza. In seguito, dietro i palazzi indicati saranno edificati altri due immobili di otto piani ciascuno. Nel periodo 1968/1971 vennero edificate, dal Ministero del Tesoro e dall’Immobiliare Castello, le residenze poste nello spazio tra Via Mar Nero, civici da 7 a 23 e Via Nikolajevka, civici da 2 a 18, per 882 nuclei famigliari. Si andava così a “riempire” il grande spazio verde tra via Mar Nero e Via Nikolajevka sistemando così anche la strada, rimasta sterrata per molti anni. Nell’ottobre del 1971 arrivò un secondo coadiutore, Don Antonio Giovannini, da tutti chiamato Don Tonino per non confondersi con Don Antonio Mascheroni. Nel periodo 1971/1974 vennero edificate le abitazioni di Via Viterbo e Via Lucca per un totale di 767 appartamenti. Ormai l’area seguita dalla parrocchia era diventata davvero estesa e, soprattutto, era cresciuta la presenza giovanile e tanti altri bisogni e, quindi, si ravvisò la necessità della presenza di vita religiosa femminile. E così avvenne, anche un po’ anche guidate dal caso, che le suore dell’ordine di Maria Bambina incontrarono la parrocchia di San Giovanni Bosco. Il 4 marzo del 1973 arrivarono, quindi, le prime suore per collaborare alle attività educative ed assistenziali della Parrocchia. Nel 1975 giunse anche un giovane sacerdote, Don Paolo Bizzarri, che sostituì Don Antonio Mascheroni. Nel periodo 1973/1976 vennero edificate le abitazioni di Via Mar Nero 2 e Via Cividale del Friuli 3. A ruota arrivarono quelle di Via delle Forze Armate 253. A questo punto il quartiere si doveva considerare terminato dal punto di vista urbanistico (le residenze di Via Cividale del Friuli 11 e 15, inattese, sarebbero stare costruite nel periodo 1985/1988, per un numero di circa 270 appartamenti che portò al numero di 3187 i nuclei abitativi presenti nell’ambito parrocchiale con circa 12.000 persone) e, quindi, venne deciso di consacrare la chiesa. Evento questo che avvenne alla presenza del Cardinale Colombo nei giorni 20, 21, 22 maggio del 1977 con grande partecipazione popolare. Nel 1980, dopo l’esproprio del Comune dell’area utilizzata come Oratorio dalla Parrocchia, si chiese al Comune di poter continuare ad utilizzare quello spazio per attività ricreative, sportive, educative. Dopo cinque anni, nella primavera del 1985, il Comune dette in concessione alla Parrocchia l’uso trentennale di quell’area, chiamata “Area di Accoglienza”, con diritto di prelazione per la continuazione dell’uso alla scadenza della concessione d’uso. Per seguire l’iter con il Comune e per trovare i necessari supporti economici per la sistemazione dell’area venne costituito un comitato ad hoc che, oltre che sensibilizzare i parrocchiani, raccolse anche quanto necessario per sistemare l’area secondo quanto necessario al quartiere. Molti saranno i benefattori, soprattutto silenziosi, che renderanno possibile l’impresa di trasformare l’area in un luogo di accoglienza ed attività sportive. Nel 1987 verrà infine l’area verrà inaugurata per essere ambito di relazione, riposo, di sport aperto al quartiere. La storia della parrocchia non finisce nel 1987, ovviamente, ma questo, insieme alle abitazioni di Via Cividale del Friuli 11 e 15, è il limite temporale del completamento del quartiere e delle sue strutture.
Questa, quindi la cronaca degli eventi essenziali della storia del primo 50° della parrocchia di San Giovanni Bosco. A questa cronaca è importante aggiungere i nomi dei giovani del quartiere che hanno scelto la vita sacerdotale e religiosa quali Don Savino, Don Tommaso, Don Alberto, Don Martino, Don Gioel, Don Danilo, Suor Maurizia e Suor Emanuela, da anni in clausura, Suor Tahira. Tanti i sacerdoti (Don Gabriele, Don Stefano, Don Giuliano, Don Francesco, Don Davide, Don Emanuele, Don Francesco, Don Mauro) e le suore (Suor Bertilla, Suor Giovanna, Suor Ester, Suor Lucia, Suor Raffaella, Suor Giuseppina, Suor Donata, Suor Emanuela, Suor Anna, Suor Lucia, Suor Domitilla, Suor Alessandra, Suor Nazarena, e certamente ne abbiamo dimenticata qualcuna…) che hanno vissuto il servizio in San Giovanni Bosco in questi cinquant’anni. Un elenco lungo che è nel cuore di tutti coloro che li hanno conosciuti. Ricordiamo, poi, i due parroci che hanno seguito il fondatore: Don Antonio Sfondrini e Don Giancarlo Bandera, così come l’attuale coadiutore, Don Fabio, e Don Walter che segue anche la parrocchia di Figino. Alla cronaca ed ai nomi di coloro che sono stata la parte attiva della parrocchia, il clero e le religiose, è necessario aggiungere “le persone”, cioè coloro per le quali la parrocchia è stata edificata. Non solo la chiesa di pietra, non solo la casa parrocchiale, non solo le strutture del teatro, dell’oratorio, ma la chiesa viva, quella fatta di gente normale, con le loro difficoltà, sogni, desideri, fragilità, angosce, ferite. Negli anni si sono andate via via “spegnendo” le vite di coloro che hanno abitato il quartiere dalla sua origine, portando con sé la memoria di tempi in cui il Paese intero stava ricostruendo le proprie fondamenta. Lavoratori, famiglie, giovani, persone normali che hanno dato il proprio contributo alla città ed al loro quartiere, cercando di vivere, oltre che l’aspetto religioso della vita, anche una dimensione comunitaria della fede e delle relazioni creando momenti di animazione del territorio, di supporto alle tante situazioni difficili presenti, alle necessità da assolvere, ai problemi da risolvere. La Parrocchia è nata nel periodo conciliare e questa collocazione temporale della sua storia è stata fondamentale per la sua “filosofia” di vita, di espressione, di attenzione ai giovani, alle famiglie, alle persone in situazione di disagio. Spesso economico ma, talvolta, soprattutto esistenziale. L’attenzione ai bisogni ha portato a costruire tante iniziative, spesso pioneristiche, sia nell’ambito decanale che in quello diocesano. L’attenzione ai ragazzi, grazie agli spazi dell’oratorio, è stato uno dei punti focali dell’intervento educativo dell’S.G.B. Vi sono stati anni nei quali l’oratorio era letteralmente invaso da centinaia di ragazzi che lì trovavano attenzione, divertimento, luoghi in cui misurarsi anche nel fatto religioso o semplicemente per comprendere l’importanza dello stare insieme nelle differenze. Luoghi in cui si sono sviluppate amicizie decennali. La parrocchia si è dimostrata, anche in maniera altalenante, un luogo aggregante anche dal punto di vista affettivo e relazionale. Il calcio è stato, come ancora oggi, pur se con numeri inferiori data la denatalità delle famiglie, uno degli elementi coagulanti per molti ragazzi (alcuni si sono anche avvicinati alle squadre cittadine maggiori e, con qualche dose di fortuna in più, avrebbero potuto tranquillamente giocare in serie A). Grazie al calcio sono stati molti i giovani hanno evitato di entrare in quella drammatica galassia di dolore fisico ed esistenziale (in particolare per le famiglie) chiamata tossicodipendenza che, anche nel quartiere, a cavallo tra il 1975 ed il 1985, ha causato lutti e tragedie in tante famiglie così come situazioni di furti in appartamenti, conflitti tra persone, separazioni nette nelle relazioni pur non venendosi mai a creare tensioni fuori controllo grazie all’azione pacificatrice di molti di coloro che frequentavano la parrocchia e vivevano il quartiere. E’ stato un periodo in cui era naturale crescere insieme e, certamente, pur con tutti i limiti dell’umano, la parrocchia è stata un punto di riferimento molto esigente per costruire una propria personalità, una visione del mondo, per avere uno sguardo sul reale con cognizione di causa, cercando di aprire la mente al mondo esterno. Non un rifugio comodo dove stare in compagnia con i propri amici, bensì un luogo dove temprare un carattere, nel quale crescere cercando risposte, nei limiti del possibile, agli interrogativi del proprio vivere. Esperienza di relazioni e comunità. Esperienza di fraternità e ricerca della solidarietà, nei limiti dei mezzi, verso le persone in difficoltà o nel disagio. Tanta attenzione ai bisogni, ai malati, agli anziani soli, a chi vive situazioni di disagio psicologico o psichico. Attenzione spesso fatta nel silenzio, nel nascondimento, nella sobrietà e vissuta, in particolare, dalle tante suore che si sono avvicendate nel loro ministero in San Giovanni Bosco. Crediamo che attraverso la storia delle persone che hanno vissuto il quartiere (quanti dialetti differenti, quanta umanità varia, quante modalità di religiosità differenti tra loro, quante usanze e costumi differenti si sono incontrati, scontrati, incrociati, mescolati per arrivare ad una sintesi certamente necessaria per mantenere viva una comunità cristiana in un quartiere densamente popolato nel quale è immersa la sua vita pastorale. Dopo 50 anni non è certamente il caso di fare distinzioni tra il prima ed il dopo. Cambiano i tempi, cambiano le culture, cambiano i residenti del quartiere, cambia l’impostazione pastorale. Cambia la storia del mondo. Siamo cambiati noi. Quello che non è cambiato, almeno per chi vive un senso religioso nella vita e della storia, è l’intuizione di inserire in un tessuto urbano nuovo, quindi con prevedibile presenza di bambini, ragazzi, giovani, una parrocchia dedicata proprio all’educatore dei ragazzi; quel San Giovanni Bosco la cui storia andrebbe riletta e valorizzata anche dalle nuove generazioni. Oltre a ciò quello che non è cambiato è il senso della frase che campeggia sul passato (la “chiesetta”) ed il presente (la chiesa “nuova”) e cioè che se Dio ha una casa quella è, di conseguenza, anche la casa degli uomini che, se credono, devono averne consapevolezza e, quindi, vivere la propria fede, la propria appartenenza, con responsabilità, coerenza e fraternità sentendosi parte di un’unica famiglia. Per difendere e valorizzare l’uomo al di là dei muri, per costruire ponti. Oggi più che mai. Il senso profondo di quelle parole è il bisogno di una casa da abitare ed una vita, una storia da (con)dividere trovando le parole giuste per essere sempre consapevoli che essere chiesa senza essere comunità non ha senso per la storia delle persone che la vivono. Che essere chiesa non è frequentare una parrocchia ma viverne, con tutte le difficoltà e contraddizioni del caso, l’essenza profonda che è quella di cercare il senso della fraternità e costruire ponti. Che essere chiesa è cercare di accorciare lo spazio che esiste tra la terra ed il cielo. Che essere chiesa non è essere intrisi della nostalgia del passato ma curarne la memoria per avere consapevolezza della forza delle proprie radici, proseguendo il cammino nel tempo presente ed in quello futuro della storia. Piccola o grande che sia.
Rosario Pantaleo


FESTA SGB del 50mo – domenica 17 maggio

SCUSA AMERI, SCUSA AMERI, AGGIORNAMENTO DA MAR NERO……
ragazzi la festa comincia sabato pomeriggio
…………..con olimpiadi e festa danzante…

ciao

Ciao a tutti/tutte!

Ricordiamo la festa parrocchiale del 50mo SGB, che si terrà domenica 17 maggio (questa che viene)… naturalmente in SGB !!!

Dopo la messa del mattino, pranzo comunitario con le persone del quartiere che versano in difficoltà economiche, ed a seguire pomeriggio di festa-stand-giochi-salamelle e patatine per tutti !!!

Sabato celebrerà la messa delle 18 don Gabriele che tornerà a fare visita alla parrocchia.

Partecipiamo numerosi!!
Ciao
Il Comitato Amarcord


CRONACA DI UNA GIORNATA D’ (STRA)ORDINARIA GIOIA!

* News: nella sezione LINK le foto e il video!

E festa fu! Sabato 11 aprile dell’Anno del Signore 2015, primo di una serie d’incontri programmati nell’ambito delle celebrazioni per il 50° anniversario della fondazione della Comunità cristiana S. Giovanni Bosco, è stata una giornata sontuosa nei contenuti e nella forma. “Non dobbiamo mitizzare il passato” disse don Tonino in un passaggio del suo discorso del pomeriggio. L’intenzione, in effetti, era quella di non ridurre il tutto a un raduno di vecchie glorie, un happening di nostalgici alpini che, all’ombra di una penna sbiadita dagli anni, “già vecchi e cadenti si raccontano del loro falso incidente” (parafrasando una celebre canzone di Bennato). Nessuna epopea mitologica, nessun Ulisse da celebrare, niente eroi cui cingere il capo con corone d’ulivo, ma un rendere omaggio a tutti quelli che, dal fondatore all’attuale parroco, non dimenticando sacerdoti e suore che in SGB si sono formati, educatori, catechiste, animatori, coriste, laici (un aggettivo al maschile, uno al femminile, con liceità a chiunque d’intercambiare i generi), hanno camminato insieme al resto di tutta la comunità in questo mezzo secolo. Dalle radici il nostro futuro, che splendido slogan, caro don Antonio. Consapevoli che non ha alcun senso esaltare il passato (ma neppure dimenticarlo) e preoccuparsi per il futuro (anche perché: ”A ciascun giorno basta la sua pena “ – Mt 6,34), ci siamo goduti il presente (“Ogni momento è un dono”, dal titolo di un libretto di Chiara Lubich) dando il giusto spazio al ricordo dei personaggi e luoghi, che appartengono alla storia dell’SGB, con la visione di una raccolta fotografie che ha volutamente cercato di coprire tutto il periodo dal 1965 ai giorni nostri cercando al contempo di proiettare i nostri sguardi verso la continuità, verso il futuro della nostra comunità che è affidato (anche) alle sicure mani degli attuali sacerdoti ai quali è doveroso tributare un enorme ringraziamento. Eh già don Giancarlo, lei, attraverso il nostro presidente, il sempreverde Giovanni, ci ha ringraziato (e ha chiesto che questo sia fatto anche attraverso il nostro sito) per come abbiamo impostato la giornata e per il nostro comportamento; in realtà, senza la sua disponibilità (che ha riconfermato per un prossimo futuro, inoltre non è episodio isolato, ma già in passato ha permesso queste “invasioni”), il prezioso supporto di don Fabio che ci ha spiegato e concesso l’utilizzo del quadro elettrico, il consenso del Consiglio pastorale, nulla avremmo potuto fare. Questo splendida giornata la dedichiamo alla parrocchia di San Giovanni Bosco nel suo insieme e a voi tutti che ci avete ospitato nel particolare. “Don Antonio, facciamo accomodare tutti in salone e cominciamo?” chiesi timoroso di non riuscire a rispettare i tempi previsti. “No, fra dieci minuti. In salone, tutti seduti, si perde la spontaneità, così invece sono liberi, lasciamo godere ancora un po’ di questa genuina convivialità”, mi rispose. Immenso don Antonio! “Ho amato l’Amore e sono stato riamato”, è una struggente, elevata, espressione tratta dal testamento spirituale di don Giovanni che don Tonino ha letto alla fine della giornata facendo convergere volutamente per qualche minuto l’attenzione su quest’uomo che ha lasciato, indiscutibilmente, una traccia nel nostro quartiere. Nel pomeriggio, lo stesso don Tonino, sacerdote con un notevole bagaglio d’esperienza (e sofferenze) di missionario, sugli immigrati, sui disadattati, ci ha fatto conoscere ciò di cui si occupa in questo periodo in quel di Legnano, ora che ha terminato (non del tutto spontaneamente… obblighi d’anagrafe) la sua missione in Albania, ma anche i suoi progetti futuri inerenti ai costruttori di pace. In particolare ha esposto l’attività dei volontari dell’”Operazione Colomba”, corpo nonviolento di pace in zone di guerra. Alla fine di marzo, egli organizzò una serata presso una parrocchia di Cesano Boscone, dove invitò una volontaria di questo corpo civile non armato e autrice di un libro che narra di questa straordinaria iniziativa. Sabato il don ha portato con sé una decina di copie che Nadia ha venduto (tutte, in dieci minuti!). Superba la nostra strega (…ma le streghe non sono brutte e cattive? Necessario cambiare modo di pensare a riguardo: Nadia è proprio l’opposto.) GRAZIE a chi ha voluto dare un piccolo ma importante contributo. Siamo certi che a don Tonino, più che il ricavato (modesto, certo, ma che, ribadiamo, non va assolutamente denigrato), faccia piacere pensare che in una ventina d’appartamenti della nostra/sua comunità, vi sia appoggiato un libro la cui copertina è d’un impatto emotivo devastante. L’immagine è di una ragazza (semplice, né di una speciale bellezza, né particolarmente brutta. Anonima quasi, nella sua normalità) che armata di una bandiera sorride (che sorriso, “disarmante”!) a dei militari, ragazzi anch’essi, in parte coetanei, ma questi invece in tenuta da guerra. E’ una fotografia che reputo forte e (considerazione personale) pazienza se non tutti riusciranno a leggere completamente il libro: l’importante è che ogni tanto l’occhio vi cada sopra. Anche solo per spolverarlo. Hai proprio ragione don Tonino, è tempo che il mondo cominci a pensare che debba crearsi un sistema alternativo all’intervento armato, prendendo il via da una più equa ridistribuzione delle ricchezze. La violenza in genere crea altra violenza e comunque, la Storia (specie quella recente), dimostra che gli elicotteri e le corazzate hanno poi lasciato eredità peggiori che lo “status ante” il loro impiego. Ecco, ora si spengono le luci, cala il silenzio (si fa per dire, tanto per non prendersi troppo sul serio), comincia lo spettacolo. Le immagini scorrono per una mezz’ora accompagnate da applausi, commenti, battute, nostalgia (tanta, umano), commozione (anche questa tanta, anche questa umana). Alcune fotografie scatenano boati da stadio, per don Tommaso, suor Lucia, don Paolo, la mitica Dodo e altri, tifo da curva. Calore anche per simboli preziosi come i Crocefissi, la fontanella, il fosso e l’area d’accoglienza senza tralasciare un pensiero anche per chi spesso è rimasto fuori dal cancello dell’oratorio, ma non per questo considerato “figlio di un dio minore”. Apprezzamento e riconoscenza per tutti, indistintamente, dai pionieri degli anni settanta, a tutti i successori. La Santa Messa, dunque, concelebrata da un fantastico poker, Predica fiume di don Tonino (ma è valsa la pena ascoltarlo), i canti studiati da una meravigliosa (as usual) Enza e infine il dono alla parrocchia, un Calice d’eccezionale fattura, a imperitura testimonianza di questa giornata. La pizzata poi (anche lo stomaco ha i suoi diritti), ben 75 (dicasi settantacinque) le pizze ordinate (e divorate). E il dolce. E il vino. Tributiamo un doveroso ringraziamento anche a Manuela e Carlo, perché l’organizzazione di questo momento ha richiesto tempo e accuratezza. Non è stato il catering alla Casa Bianca, ma far mangiare 70 persone – seppur una semplice pizza – tutte allo stesso orario, tutte belle sistemate con i piedi sotto un tavolo, non s’improvvisa in un’oretta. Dopo cena nuovamente in salone, ancora qualche fotografia, più recente, donata dai simpatici e coinvolgenti “ragazzi” di via Nikolajewka, ma anche, a gran richiesta, un’altra rapida carrellata di vecchi reperti. Infine il commiato, i propositi di rivedersi quanto prima, i gruppetti fuori dal cancello (a proposito di corsi e ricorsi storici!) per le ultime chiacchiere, epilogo per una giornata che nessuno vorrebbe finisse. GIOIA, BONTÀ! GIOIA’, BONTÀ! GIOIA, BONTÀ! Giulio Capitano


11 aprile 2015 : e siamo noi, siamo noi!

Grazie ancora a tutti quelli che hanno collaborato alla riuscita del raduno e soprattutto tutti quelli che hanno partecipato, da vicino e da lontano.
Perchè come dice il nostro carissimo amico (assente alla serata, ma l’abbiamo comunque visto e rivisto molte volte nelle foto, vi ricordate????) che ha messo in piedi, anni fa, tutto questo ambaradan di contatti-foto-recuperi: Amarcord è fatto di persone, di via Mar Nero, Nikolajewka, Gescal.. che vivono o sono passate da lì… e quindi tutti noi !
Le parole della Strega esprimono tutto…

Ciao Grande Don Antonio, la festa è andata alla grande, è stata un successone.!!!!
Voi preti, ci avete trasmesso tutto l’affetto, la stima, la dedizione per la veste che indossate e soprattutto, l’amore per Nostro Signore.
Un grazie va anche a Don Giancarlo, che ci ha dato la possibilità di poterci ritrovare e poter condividere tutti insieme delle emozioni e dei ricordi, che sono rimasti indelebili nei nostri cuori.
Un grazie anche ai ragazzi di via Nikolajevka, che non hanno dimenticato quello che ci legava allora, la voglia di stare INSIEME.
Un grazie anche a Don Giovanni, che da lassù ha vegliato su di noi.
Il bellissimo calice, donato a Don Giancarlo, ha dimostrato il grande uomo di spessore quale sei.
La cosa negativa, di questa sera, è stata la tua fuga……te ne sei andato quatto quatto, senza salutare nessuno…… e questo ha suscitato dispiacere in ognuno di noi, anche se abbiamo capito il tuo gesto.
Non smetterò mai di esternare che i migliori anni della mia vita li ho trascorsi in SGB, dove l’amicizia, la preghiera, il rispetto, il vivere la comunità, ci accomunava tutti.
– Don Tommaso – il popolare
– Don Tonino – il vissuto
– Don Antonio – il sciur
– Don Giovanni – il patriarca

Bene, detto ciò, adesso ci prepareremo per il 17 maggio ed il 14 giugno, e con ansia aspetteremo di rivederti e di rivedervi.
Un abbraccio affettuoso, a presto .
Nadia (Strega)
P.S. – mi ha fatto piacere aver venduto tutti i libri di Don Tonino

(PS2: ed adesso che è rotto il ghiaccio, aspettiamo le foto di Nikolajewka !!! )