50mo SGB

50° Parrocchia San Giovanni Bosco: “Questa è la casa di Dio, questa è anche la tua casa”
La nostra città è cresciuta in maniera notevole a partire dalla fine della seconda guerra mondiale raggiungendo il picco abitativo nel 1971 con una popolazione di circa 1.700.000 residenti mentre oggi siamo a circa 1.400.000 (inclusi circa 200.000 stranieri) con una forte perdita di residenti a causa di vari fattori tra i quali ricordiamo la dismissione delle industrie di Milano, la denatalità, gli alti costi degli appartamenti e della vita in generale. La nostra zona, come altre della città, dalla fine degli anni ’50 venne interessata da un importante investimento di carattere residenziale pubblico ed, in particolare, venne interessata un’ampia fascia di territorio posta tra le cascine Sella Nuova e Cassinazza. Sul sito Comunale S.I.T. è possibile vedere le cartine dell’epoca in cui è possibile osservare l’assenza di abitazioni tra l’ospedale militare e l’abitato di Baggio. In queste grandi aree iniziò un importante intervento residenziale da parte del Comune di Milano che impegnò forti risorse per la costruzione di complessi residenziali con abitazioni decorose e tanto verde nei cortili. Si iniziò Nel 1961 con la costruzione del quartiere denominato “Domus/Forze Armate” che diverrà il quartiere di Via Nikolajevka civici 1,3,5. La costruzione terminò nel 1964 e, nel mentre che le opere venivano terminate, le abitazioni vennero occupate dagli assegnatari. La necessità di case e la disponibilità di aree fece sì che nel 1962 iniziassero i lavori per l’edificazione del quartiere denominato Siqua 2 che prevedeva altri 450 alloggi di edilizia popolare che furono assegnati entro la fine del 1964. In origine il quartiere venne conosciuto dalla toponomastica con indirizzo di Via delle Forze Armate, 310/19 e 301/21. Dal 1967 il nome della via si trasformerà Via Mar Nero, civici 6 ed 8. Ora tutto era pronto per inserire in questo nuovo, grande e straordinario contesto residenziale fatto soprattutto da lavoratori del sud, una realtà ecclesiale e per questa ragione nel marzo del 1965 il Cardinale Colombo affidò la costituenda parrocchia di San Giovanni Bosco alle cure di Don Giovanni Merlini, sacerdote a Lambrate, il quale aveva a suo tempo manifestato al Cardinale l’idea di diventare prete operaio oppure di andare in missione. Per le strane coincidenze del destino in missione andò il sacerdote che in un primo tempo era stato assegnato alla arrocchia, Don Bianchi, che venne assegnato in Zambia. A Don Giovanni toccò un altro tipo di missione…Il 24 Luglio del 1965 il Decreto di erezione della Parrocchia di San Giovanni Bosco, a firma dell’Arcivescovo Giovanni Colombo, riportava che “Fra le zone della città di Milano, che richiamano la nostra preoccupata attenzione, è quella attualmente compresa nella giurisdizione parrocchiale di Sant’Apollinare in Baggio, verso il confine occidentale del Comune”. Lo stesso giorno, un sabato pieno di sole nella chiesetta, Don Giovanni Merlini celebra la prima messa. E poi, all’improvviso, arrivò un acquazzone…Il 6 gennaio del 1966 il parroco designato, Don Giovanni Merlini, prese ufficialmente possesso della Parrocchia e della “chiesetta” che era stata costruita, in maniera provvisoria, ed in quell’occasione i parrocchiani regalarono alla chiesa la statua di San Giovanni Bosco che, ancora oggi, è presente nella chiesa “grande”. La “chiesetta” rimase attiva al culto fino al 1969. La chiesa definitiva venne progettata a partire dal 1966 dall’Arch. Mario Tedeschi, con la collaborazione del Parroco e con l’apporto del famoso architetto e scultore Carlo Ramous (per la facciata, gli esterni laterali ed i richiami della stessa posti all’interno della chiesa) che aveva collaborato con l’Arch. Tedeschi alla costruzione della Chiesa di Santa Marcellina. Ricordiamo questo nome prestigioso anche per la presenza, nella biblioteca di Baggio, della sua scultura di un pregevole organo in bronzo. Nel settembre del 1966 arrivò ad assistere il parroco, Don Antonio Mascheroni che divenne coadiutore dell’oratorio. All’epoca i sacerdoti vivevano nelle case popolari di Via Mar Nero 6, al primo piano della scala F, iniziando un percorso di vita comune che era nuovo anche per la diocesi e che perdurò nel tempo. La capienza della chiesa venne prevista per circa 700 persone. Le opere di palificazione della chiesa iniziarono nel febbraio del 1967 e si protrassero per molti mesi in quanto il terreno era molto argilloso e pieno d’acqua. Indimenticabile era la visione di questi grandi pali di cemento che venivano conficcati nel terreno. Il 15 ottobre del 1967, venne organizzato un Pellegrinaggio a Torino, ai luoghi dove visse Don Bosco, in preparazione dei festeggiamenti per la messa in opera della prima pietra che avvenne il 29 ottobre 1967, alla presenza del Cardinale Giovanni Colombo. Un documento con le firme del Cardinale, del Parroco e di altri parrocchiani venne inserita nel blocco della prima pietra ad imperitura memoria di quel giorno. A guardare le foto di quell’evento si possono osservare i visi di persone ormai scomparse da tempo e quelle di ragazzini oggi genitori e, magari, nonni. Nell’ottobre del 1968 venne amministrata la Cresima con la chiesa che era ancora priva di porte e nel gennaio del 1969, precisamente il 31, giorno della festa di San Giovanni Bosco, il Cardinale Colombo celebrò la messa nella nuova chiesa aprendo al culto ufficiale la nuova chiesa. (La chiesa venne consacrata ufficialmente nel maggio del 1977). Intanto il quartiere cresceva e nel periodo 1968/1970 vennero edificate, da Fiera Milano, le abitazioni di Via Mar Nero 3 e 5. Con queste edificazioni la parrocchia raggiunse il numero di 1112 famiglie insediate sul suo territorio di competenza. In seguito, dietro i palazzi indicati saranno edificati altri due immobili di otto piani ciascuno. Nel periodo 1968/1971 vennero edificate, dal Ministero del Tesoro e dall’Immobiliare Castello, le residenze poste nello spazio tra Via Mar Nero, civici da 7 a 23 e Via Nikolajevka, civici da 2 a 18, per 882 nuclei famigliari. Si andava così a “riempire” il grande spazio verde tra via Mar Nero e Via Nikolajevka sistemando così anche la strada, rimasta sterrata per molti anni. Nell’ottobre del 1971 arrivò un secondo coadiutore, Don Antonio Giovannini, da tutti chiamato Don Tonino per non confondersi con Don Antonio Mascheroni. Nel periodo 1971/1974 vennero edificate le abitazioni di Via Viterbo e Via Lucca per un totale di 767 appartamenti. Ormai l’area seguita dalla parrocchia era diventata davvero estesa e, soprattutto, era cresciuta la presenza giovanile e tanti altri bisogni e, quindi, si ravvisò la necessità della presenza di vita religiosa femminile. E così avvenne, anche un po’ anche guidate dal caso, che le suore dell’ordine di Maria Bambina incontrarono la parrocchia di San Giovanni Bosco. Il 4 marzo del 1973 arrivarono, quindi, le prime suore per collaborare alle attività educative ed assistenziali della Parrocchia. Nel 1975 giunse anche un giovane sacerdote, Don Paolo Bizzarri, che sostituì Don Antonio Mascheroni. Nel periodo 1973/1976 vennero edificate le abitazioni di Via Mar Nero 2 e Via Cividale del Friuli 3. A ruota arrivarono quelle di Via delle Forze Armate 253. A questo punto il quartiere si doveva considerare terminato dal punto di vista urbanistico (le residenze di Via Cividale del Friuli 11 e 15, inattese, sarebbero stare costruite nel periodo 1985/1988, per un numero di circa 270 appartamenti che portò al numero di 3187 i nuclei abitativi presenti nell’ambito parrocchiale con circa 12.000 persone) e, quindi, venne deciso di consacrare la chiesa. Evento questo che avvenne alla presenza del Cardinale Colombo nei giorni 20, 21, 22 maggio del 1977 con grande partecipazione popolare. Nel 1980, dopo l’esproprio del Comune dell’area utilizzata come Oratorio dalla Parrocchia, si chiese al Comune di poter continuare ad utilizzare quello spazio per attività ricreative, sportive, educative. Dopo cinque anni, nella primavera del 1985, il Comune dette in concessione alla Parrocchia l’uso trentennale di quell’area, chiamata “Area di Accoglienza”, con diritto di prelazione per la continuazione dell’uso alla scadenza della concessione d’uso. Per seguire l’iter con il Comune e per trovare i necessari supporti economici per la sistemazione dell’area venne costituito un comitato ad hoc che, oltre che sensibilizzare i parrocchiani, raccolse anche quanto necessario per sistemare l’area secondo quanto necessario al quartiere. Molti saranno i benefattori, soprattutto silenziosi, che renderanno possibile l’impresa di trasformare l’area in un luogo di accoglienza ed attività sportive. Nel 1987 verrà infine l’area verrà inaugurata per essere ambito di relazione, riposo, di sport aperto al quartiere. La storia della parrocchia non finisce nel 1987, ovviamente, ma questo, insieme alle abitazioni di Via Cividale del Friuli 11 e 15, è il limite temporale del completamento del quartiere e delle sue strutture.
Questa, quindi la cronaca degli eventi essenziali della storia del primo 50° della parrocchia di San Giovanni Bosco. A questa cronaca è importante aggiungere i nomi dei giovani del quartiere che hanno scelto la vita sacerdotale e religiosa quali Don Savino, Don Tommaso, Don Alberto, Don Martino, Don Gioel, Don Danilo, Suor Maurizia e Suor Emanuela, da anni in clausura, Suor Tahira. Tanti i sacerdoti (Don Gabriele, Don Stefano, Don Giuliano, Don Francesco, Don Davide, Don Emanuele, Don Francesco, Don Mauro) e le suore (Suor Bertilla, Suor Giovanna, Suor Ester, Suor Lucia, Suor Raffaella, Suor Giuseppina, Suor Donata, Suor Emanuela, Suor Anna, Suor Lucia, Suor Domitilla, Suor Alessandra, Suor Nazarena, e certamente ne abbiamo dimenticata qualcuna…) che hanno vissuto il servizio in San Giovanni Bosco in questi cinquant’anni. Un elenco lungo che è nel cuore di tutti coloro che li hanno conosciuti. Ricordiamo, poi, i due parroci che hanno seguito il fondatore: Don Antonio Sfondrini e Don Giancarlo Bandera, così come l’attuale coadiutore, Don Fabio, e Don Walter che segue anche la parrocchia di Figino. Alla cronaca ed ai nomi di coloro che sono stata la parte attiva della parrocchia, il clero e le religiose, è necessario aggiungere “le persone”, cioè coloro per le quali la parrocchia è stata edificata. Non solo la chiesa di pietra, non solo la casa parrocchiale, non solo le strutture del teatro, dell’oratorio, ma la chiesa viva, quella fatta di gente normale, con le loro difficoltà, sogni, desideri, fragilità, angosce, ferite. Negli anni si sono andate via via “spegnendo” le vite di coloro che hanno abitato il quartiere dalla sua origine, portando con sé la memoria di tempi in cui il Paese intero stava ricostruendo le proprie fondamenta. Lavoratori, famiglie, giovani, persone normali che hanno dato il proprio contributo alla città ed al loro quartiere, cercando di vivere, oltre che l’aspetto religioso della vita, anche una dimensione comunitaria della fede e delle relazioni creando momenti di animazione del territorio, di supporto alle tante situazioni difficili presenti, alle necessità da assolvere, ai problemi da risolvere. La Parrocchia è nata nel periodo conciliare e questa collocazione temporale della sua storia è stata fondamentale per la sua “filosofia” di vita, di espressione, di attenzione ai giovani, alle famiglie, alle persone in situazione di disagio. Spesso economico ma, talvolta, soprattutto esistenziale. L’attenzione ai bisogni ha portato a costruire tante iniziative, spesso pioneristiche, sia nell’ambito decanale che in quello diocesano. L’attenzione ai ragazzi, grazie agli spazi dell’oratorio, è stato uno dei punti focali dell’intervento educativo dell’S.G.B. Vi sono stati anni nei quali l’oratorio era letteralmente invaso da centinaia di ragazzi che lì trovavano attenzione, divertimento, luoghi in cui misurarsi anche nel fatto religioso o semplicemente per comprendere l’importanza dello stare insieme nelle differenze. Luoghi in cui si sono sviluppate amicizie decennali. La parrocchia si è dimostrata, anche in maniera altalenante, un luogo aggregante anche dal punto di vista affettivo e relazionale. Il calcio è stato, come ancora oggi, pur se con numeri inferiori data la denatalità delle famiglie, uno degli elementi coagulanti per molti ragazzi (alcuni si sono anche avvicinati alle squadre cittadine maggiori e, con qualche dose di fortuna in più, avrebbero potuto tranquillamente giocare in serie A). Grazie al calcio sono stati molti i giovani hanno evitato di entrare in quella drammatica galassia di dolore fisico ed esistenziale (in particolare per le famiglie) chiamata tossicodipendenza che, anche nel quartiere, a cavallo tra il 1975 ed il 1985, ha causato lutti e tragedie in tante famiglie così come situazioni di furti in appartamenti, conflitti tra persone, separazioni nette nelle relazioni pur non venendosi mai a creare tensioni fuori controllo grazie all’azione pacificatrice di molti di coloro che frequentavano la parrocchia e vivevano il quartiere. E’ stato un periodo in cui era naturale crescere insieme e, certamente, pur con tutti i limiti dell’umano, la parrocchia è stata un punto di riferimento molto esigente per costruire una propria personalità, una visione del mondo, per avere uno sguardo sul reale con cognizione di causa, cercando di aprire la mente al mondo esterno. Non un rifugio comodo dove stare in compagnia con i propri amici, bensì un luogo dove temprare un carattere, nel quale crescere cercando risposte, nei limiti del possibile, agli interrogativi del proprio vivere. Esperienza di relazioni e comunità. Esperienza di fraternità e ricerca della solidarietà, nei limiti dei mezzi, verso le persone in difficoltà o nel disagio. Tanta attenzione ai bisogni, ai malati, agli anziani soli, a chi vive situazioni di disagio psicologico o psichico. Attenzione spesso fatta nel silenzio, nel nascondimento, nella sobrietà e vissuta, in particolare, dalle tante suore che si sono avvicendate nel loro ministero in San Giovanni Bosco. Crediamo che attraverso la storia delle persone che hanno vissuto il quartiere (quanti dialetti differenti, quanta umanità varia, quante modalità di religiosità differenti tra loro, quante usanze e costumi differenti si sono incontrati, scontrati, incrociati, mescolati per arrivare ad una sintesi certamente necessaria per mantenere viva una comunità cristiana in un quartiere densamente popolato nel quale è immersa la sua vita pastorale. Dopo 50 anni non è certamente il caso di fare distinzioni tra il prima ed il dopo. Cambiano i tempi, cambiano le culture, cambiano i residenti del quartiere, cambia l’impostazione pastorale. Cambia la storia del mondo. Siamo cambiati noi. Quello che non è cambiato, almeno per chi vive un senso religioso nella vita e della storia, è l’intuizione di inserire in un tessuto urbano nuovo, quindi con prevedibile presenza di bambini, ragazzi, giovani, una parrocchia dedicata proprio all’educatore dei ragazzi; quel San Giovanni Bosco la cui storia andrebbe riletta e valorizzata anche dalle nuove generazioni. Oltre a ciò quello che non è cambiato è il senso della frase che campeggia sul passato (la “chiesetta”) ed il presente (la chiesa “nuova”) e cioè che se Dio ha una casa quella è, di conseguenza, anche la casa degli uomini che, se credono, devono averne consapevolezza e, quindi, vivere la propria fede, la propria appartenenza, con responsabilità, coerenza e fraternità sentendosi parte di un’unica famiglia. Per difendere e valorizzare l’uomo al di là dei muri, per costruire ponti. Oggi più che mai. Il senso profondo di quelle parole è il bisogno di una casa da abitare ed una vita, una storia da (con)dividere trovando le parole giuste per essere sempre consapevoli che essere chiesa senza essere comunità non ha senso per la storia delle persone che la vivono. Che essere chiesa non è frequentare una parrocchia ma viverne, con tutte le difficoltà e contraddizioni del caso, l’essenza profonda che è quella di cercare il senso della fraternità e costruire ponti. Che essere chiesa è cercare di accorciare lo spazio che esiste tra la terra ed il cielo. Che essere chiesa non è essere intrisi della nostalgia del passato ma curarne la memoria per avere consapevolezza della forza delle proprie radici, proseguendo il cammino nel tempo presente ed in quello futuro della storia. Piccola o grande che sia.
Rosario Pantaleo

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One response to “50mo SGB

  • Giulio Capitano

    Mi sono sentito ripetere parecchie volte che possedere il dono della sintesi è importante. Dilungarsi annoia. Tuttavia resto persuaso che ci sono circostanze in cui una visione analitica è necessaria. Rosario, utilizzando al meglio la sua magistrale penna, ha ripercorso mezzo secolo della storia della nostra parrocchia che s’interseca, naturalmente, con la storia del quartiere in cui siamo cresciuti. Lo fa con uno stile sobrio che ci circuisce e ci commuove senza appesantirci. Soprattutto fa trasparire la grande passione dell’autore e il lavoro serio e scientifico di ricerca storica (a supporto e compendio della memoria di un vissuto personale “attivo”) che c’è dietro la stesura di questo magnifico articolo giornalistico. Articolo che Amarcord ha l’onore di avere avuto in anteprima. Grazie Rosario.

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